Comincia
da questo numero una rubrica annunciata a giugno, sui santi patroni
dei chierichetti. Le prime tre puntate saranno dedicate a un
ragazzo della nostra diocesi, di cui ricorrono i 50 anni esatti
della morte. La rubrica sarà tenuta da don Ennio, un esperto
di santi, ma anche di ragazzi, grazie anche alla nostra rivista
di cui è ormai un collaboratore quasi fisso. Questa prima
figura di santo è però descritta da una testimone
che ha potuto conoscerlo direttamente: Angela Bevacqua Schneider,
di Varese, che ringraziamo per questo contributo che ha attinto
anche da altre persone che sono state vicino a "Domenichino".
Domenico Zamberletti vide la
luce il 24 agosto 1936, all'ombra del Santuario di S. Maria del
Monte (sopra Varese) in un luogo splendido per bellezze naturali
ed artistiche, che dall'alto domina la sconfinata pianura Padana;
e nei giorni più limpidi lo sguardo può spaziare
fino a Milano ed alle lontane cime dell'Appennino Ligure.
Il Santuario è méta in ogni stagione di pellegrinaggi,
di funzioni solenni e di escursioni per innumerevoli persone
alla ricerca di tranquillità e di preghiera lungo lo
splendido itinerario del S. Rosario. Si tratta di un'opera pregevole
composta di 14 cappelle con altrettante scene evangeliche corrispondenti
ai misteri tradizionali, realizzata fra il '6oo e il '7oo, che
si snoda lungo un percorso in salita per circa 3 km sul dorsale
della montagna, per concludersi col Santuario stesso a 800 metri.
Questa componente di bellezza e di gioia festiva si incise a
fondo nell'animo di Domenichino (così veniva chiamato
da tutti per l'esile corporatura e l'amabilità del carattere).
Era il secondo figlio dei padroni dell'albergo più noto
del luogo e fin da piccolo familiarizzò presto con tutti,
quando sgattaiolava qua e là fra i clienti che affluivano
all'albergo. Temperamento lieto per natura, non perse mai questa
dominante del suo carattere, neppure nei momenti più duri
della sua esistenza.
Un
animo allegro e attento alle persone
La sua famiglia, profondamente
cristiana, lo circondò di cure e di affetto: mamma, papà,
il fratello maggiore , la sorellina, la nonna e Nene costituivano
il suo mondo sereno, che sorrideva alle mille trovate di Domenichino,
segno di uno spirito d'iniziativa fuori dal comune, che doveva
svilupparsi ben presto - e in modo prodigioso - già nel
corso della sua infanzia.
Dotato di un grande spirito di bene e di solidarietà era
sempre pronto ad aiutare tutti, appena poteva, o ne intuiva il
bisogno. Narra una sua domestica: "Era il padroncino, ma
correva spontaneamente ad aiutarmi anche nei lavori più
umili, come lo sparecchiare e portar via le bottiglie. Quando
fui malata veniva a trovarmi e mi portava lui la minestra,
magari rovesciandosene addosso la metà. Poi restava a
farmi compagnia mentre gli altri bambini giocavano: "Ma
vai a giocare" - gli dicevo. "Ho sempre tempo per giocare!"
- rispondeva Domenichino. Ma doveva costargli un bel sacrificio,
perché amava moltissimo giocare e divertirsi".
Fin da piccolo riusciva a dominare il facile egoismo dei fanciulli
e s'imponeva la generosità. Era tutto per gli altri.
Il
talento musicale
Il mattino si svegliava cantando,
annunciando così il nuovo giorno: andava matto per le
fiabe, le poesie e le canzoni - che componeva lui stesso -
rivelando presto un grande talento musicale. Da piccolo prendeva
spesso allegramente le ragazze che lavoravano all'albergo e le
faceva cantare intonando lui la melodia, poi saliva in piedi
su una seggiola e davanti ai clienti dell'albergo si metteva
spontaneamente a recitare le poesiole imparate all'asilo e terminava
sempre dicendo tutto soddisfatto: " Ho finito! Battetemi
le mani!".
E il suo grande ingegno per la musica doveva ben presto rivelarsi...
"Un giorno - narra la sua mamma - sentii giungere dal salotto
di casa nostra le note del pianoforte. Un suono limpido ed elementare:
una nota alla volta che scandiva una canzonetta di moda: Lili
Marlen. "Chi è che suona?" - mi domandai. Entrata,
vi trovo arrampicato Domenichino, impegnato a pestare il suo
ditino sulla tastiera!".
Dunque non solo gli piaceva cantare, ma anche suonare. E con
quanto gusto alternava i suoi giochi alle sue "esercitazioni"
al pianoforte.
La
sua prima passione: l'organo del santuario
Il Santuario era per lui un luogo
privilegiato, che lo attirava. In particolare l'organo, del
quale fin da piccolo aveva subito un fascino irresistibile!
A soli 9 anni Domenichino si impadroniva dell'organo del Santuario
come organista ufficiale. Il suo tocco delicato e vibrante stupiva.
Il coro della cantoria si avvide ben presto di aver trovato un
maestro d'eccezione. Così Domenichino giunse in poco tempo
ad improvvisare brani interi di accompagnamento alla Messa.
Un giorno una signora si precipitò all'organo e reclamò
quella bella musica per sé: voleva copiarla e suonarla.
" La musica?" - disse Domenichino trasognato - Non
c'è, non esiste, io non ne ricordo più nemmeno
una nota".
E quelli che per una ragione o per l'altra cercavano l'organista
non volevano credere ai propri occhi, quando si presentava quel
biondino educato e modesto. Arrivava a stento ai pedali dell'organo
e per suonare doveva ancora fare sforzi notevoli, e contorcersi
tutto. Un giorno anzi si sentì un tonfo, con suoni scomposti
nel bel mezzo di una melodia : era lui che per arrivare al pedale
era scivolato dal sedile ed era piombato giù di peso
... aggrappandosi alla tastiera!
I genitori ebbero il buon senso di non farne "un bambino
prodigio", ma seguivano con interesse il suo progredire
nell'arte. Il papà gli dava poi i suggerimenti migliori,
in fatto di musica: " A ogni festa suonerai qualcosa di
nuovo - gli diceva - ma all'Elevazione tu devi cavare dalla tua
testa e dal tuo cuore la musica più bella per Gesù
Eucarestia. Suona come vuoi, ma senza musica davanti: ricorda
che è il momento più importante, la gente deve
stare raccolta, e tu devi dare il meglio di te al Signore!".
Non aveva ancora tredici anni quando compose un'intera pastorale.
Poco dopo dovette essere ricoverato in clinica, per il suo male
che aveva già fatto la sua inquietante comparsa: le ragazze
andarono a trovarlo dicendogli: "Torna presto Domenichino,
perché non riusciamo più a concludere nulla senza
di te!". Allora volle essere portato in cappella, si fece
adagiare sull'armonium e data la sua estrema debolezza qualcuno
schiacciò il mantice per lui. Le ragazze tornarono al
S. Monte con la Pastorale imparata a memoria.
Domenichino
chierichetto
In un paese così piccolo,
appollaiato sul cocuzzolo di una montagna, i ragazzi amavano
incontrarsi e far gruppo intorno al Santuario, dove convergevano
anche i turisti e i pellegrini. Là dentro, oltre a partecipare
alle funzioni, i ragazzi si sentivano "importanti".
Erano i chierichetti del S. Monte, quelli di casa... della Madonna!
Siccome Domenichino nel gruppo aveva un certo spicco, fu fatto
capo dei chierichetti . C'era in quel ragazzino qualcosa di singolare,
una bontà e un vigore che incutevano rispetto e soggezione:
i suoi chierichetti poi, che erano sfacciatelli e sbarazzini
con gli altri, a lui obbedivano a un solo suo cenno. Quando voleva
qualcosa la otteneva, lo sapevano anche quelli di casa sua.
E come si sentiva preso dalle sue responsabilità e con
quale puntiglio voleva che si svolgessero i servizi alle funzioni!
Bisognava vederlo con quale serietà precedeva il corteo
e disponeva la fila dei ragazzini intorno all'altare, oppure
li richiamava all'ordine con occhiate espressive. "Sono
così distratti - si lamentava - non si rendono conto che
a pochi passi da loro c'è Gesù. Ma come si fa a
non pensarci!".
Domenico con i suoi compagni
avvistavano di lontano l'arrivo delle processioni dei pellegrini
e si precipitavano in sacrestia per prepararsi al servizio, con
le sgargianti tuniche rosse, ben abbottonate, l'acqua santa,
gli incensieri accesi...
Un giorno però - arrivando trafelati come al solito in
sacrestia - la trovarono ingombra di chierichetti di un grande
pellegrinaggio cittadino. "I chierichetti del S. Monte siamo
noi, tocca a noi servire in Santuario", protestò
Domenichino. Ma quelli non se la dettero per intesi. Niente da
fare
loro dovevano incassare!
Allora Domenichino cambiò subito stile: fraternizzò
simpaticamente con gli intrusi e tanto fece che seppe allettarli
a voler visitare insieme la cella campanaria. "Guardate
che cordoni grossi, vedete che grandi campane?". E quando
li vide tutti col naso all'insù, ad ammirare il congegno,
veloce come uno scoiattolo sgusciò fuori, tirandosi dietro
la porta e dando un giro di chiave. Quando si accorsero del tiro
giocato, i prigionieri strepitarono inviperiti, ma nessuno poteva
più udirli!
Domenichino servì così trionfante la messa solenne
e solo alla fine corse a liberare gli intrusi, che - chiusi in
gabbia per un'ora - non avevano ancora finito di schiamazzare
e di dar calci alla porta! Non si sa esattamente come se la cavò
Domenichino con quegli scalmanati... pare soltanto che capì
d'averla fatta un po' grossa e che l'incidente non si doveva
ripetere più. Anche se i chierichetti del S. Monte avevano
avuto un'altra prova che il loro "capo" sapeva quello
che voleva!
L'amore
per l'Eucaristia
Alle funzioni Domenichino appariva
interiormente assorto. Non era una posa la sua, ci si avvide
presto che l'Eucarestia era il centro di gravitazione della sua
vita. Inutile dire con quale intensità si era preparato
alla sua prima comunione. Ma ciò che sorprendeva maggiormente
era il tempo che dedicava al ringraziamento dopo la comunione:
lui restava assorto ancora a lungo, dopo gli altri, finché
la suora interveniva chiedendogli: "Ma Domenichino, non
hai ancora finito?" La comunione quotidiana era la sua grande
delizia e vi rimase fedele finché poté. Dovette
interromperla quando iniziò la scuola media in città
e se ne lamentò: "Mi è sembrato che il Signore
non mi volesse più così bene!".
Poté riprendere la comunione quotidiana soltanto quando
si ammalò poco dopo, e fu portato all'ospedale. Allora
diceva alla sua mamma: "Non so dire quanta gioia provo per
tutta la giornata! Anche se tu mamma mi picchiassi e mi sgridassi,
o se prendessi dei brutti voti a scuola, non me ne importerebbe
proprio nulla. Non sento più niente all'infuori di questa
gioia!". I compagni di scuola lo vedevano spesso assentarsi
dalla ricreazione per intrattenersi a lungo in cappella, in quel
suo tipico atteggiamento che non andò sfuggito ai ragazzi:
"Pregava con gli occhi!", fu la loro testimonianza.
Non era una pietà sentimentale, paga di affetti, no. La
spiritualità di Domenichino si incanalava, fin da bambino,
nell'alveo robusto della ricerca della volontà di Dio.
Scoppia
la malattia
Ai primi di gennaio del '49 -
Domenichino aveva appena compiuto 12 anni - strani e ripetuti
malesseri con dolori alle ossa e febbre alta lo costrinsero più
volte a lasciare la scuola per sottoporsi a esami e cure mediche,
anche in ospedale.
Giorni di relativa salute si alternavano a febbre alta, dolori,
vomito: cominciò la ridda dei consulti, furono interpellati
specialisti d'ogni genere, tentate cure sopra cure. Quel piccolo
corpo si andava riducendo rapidamente a pelle e ossa. Neanche
i medici riuscivano a diagnosticare esattamente la sua malattia,
fu sottoposto ad ogni tipo di tortura: iniezioni a non finire,
asportazione delle ghiandole, estrazione del midollo osseo, ecc.
Al fine il verdetto fu uno dei più tremendi: LEUCEMIA,
e di una forma molto rara, ancora inguaribile a quell'epoca.
La mamma, che per otto mesi non smise di stargli vicino non reggeva
più a vederlo soffrire così, ma lui la consolava:
"Dopo passa Mamma, non è niente, vedrai non è
niente!"