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Mo.Chi. Cerimonieri1Servire con gioia
per cerimonieri e responsabili dei gruppi

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DOCUMENTI SULLA FIGURA
DEI MINISTRANTI
Card. CARLO MARIA MARTINI

"CRESCERE IN SAPIENZA, ETA' E GRAZIA"
Convegno Diocesano Mo.Chi - Milano (27.10.1980)

Eccoci carissimi amici chierichetti, eccoci, proprio come dice il Vangelo, seduti nel tempio ad ascoltare e ad interrogare; proprio come Gesù: all'età di 12 anni si è trovato nel tempio pronto ad ascoltare e ad interrogare. Così questa sera, anche voi, alcuni seduti, altri in piedi, ma tutti attenti all'ascolto e con delle domande dentro il cuore. Cerchiamo di dar voce ad alcune di queste domande che tanti di voi sentono dentro in questo momento.

Una delle domande potrebbe essere questa: "Che cosa pensa il Vescovo vedendo per la prima volta uno spettacolo così meraviglioso di tanti e tanti chierichetti riuniti insieme da ogni parte della diocesi?".

Un'altra domanda potrebbe essere quella che si riferisce alle ultime parole del Vangelo che voi volete prendere come vostro motto, come punto di riferimento: "Come si fa a crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini?". Cercherò, dunque, di rispondere a queste due domande!

La prima domanda: "Che cosa pensa il Vescovo di fronte a questa meravigliosa assemblea di chierichetti che vedo da ogni parte intorno a me?". Sapete: mi sembra un po' di essere come ieri mattina in Piazza S. Pietro. Oggi però lo spettacolo che vedo è ancora più bello, perché si tratta di voi che servite in ogni chiesa, in ogni parrocchia della diocesi, presso l'altare. Dunque, siete coloro che, in tutte le chiese della diocesi, rappresentano il momento fondamentale della vita della chiesa che è la celebrazione eucaristica. In quel momento ci siete voi: perciò, vedendovi tutti qui riuniti, io penso a tutte le parrocchie della diocesi, in ciascuna delle quali c'è certamente un gruppo di chierichetti che è qui rappresentato. Con tanti di voi ci siamo già incontrati: sono passato in tante parrocchie e sempre ho visto un magnifico gruppo di chierichetti ben preparati, attenti, silenziosi, che pur passando le ore della celebrazione eucaristica, magari anche un po' lunga, non fiatavano, non dicevano una parola; sempre attenti, sempre diritti in piedi, non dondolandosi a destra o a sinistra, ma pronti sempre al servizio dell'altare. E debbo dire che questo è per me un motivo di grande gioia, di grande riconoscenza per ciascuno di voi - vorrei chiamare ciascuno di voi per dirvi "grazie!" -, per i vostri sacerdoti, per i vostri genitori, per coloro che sono responsabili e vi aiutano a vivere, così, la vita liturgica dell'Arcidiocesi. Perché certamente il servizio che voi compite è uno dei più belli. Io stesso, mi ricordo, come chierichetto, l'ho compiuto per tanti anni.

E questi tempi sono stati davvero molto belli per me. Li trovavo molto belli perché da ragazzo non soltanto potevo stare così molto vicino al Signore, molto vicino all'altare, quindi pregare più intensamente; ma li trovavo molto belli perché, lasciatemelo dire, c'era molto ordine, attenzione, silenzio, padronanza di sé, spirito di sacrificio; e tutte queste cose sono fondamentali per l'educazione di un ragazzo. È importante il gioco, è importante il canto, è importante espandersi nella gioia, ma è anche importante ciò che voi compite nella chiesa: il servizio attento, silenzioso, sacrificato; qualche volta si fa fatica a stare in piedi a lungo, stare sempre immobili; e voi lo fate perché amate Gesù, perché amate la Chiesa e perché sapete che soltanto così, attraverso questo spirito di ordine e di sacrificio, si forma una vera personalità di ragazzo e di uomo.

Veniamo alla seconda domanda: Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Che cosa vuol dire crescere in età, sapienza e grazia? Come si fa a crescere in sapienza, età e grazia?

Che cosa vuol dire crescere in età lo sappiamo tutti: vuol dire che diventiamo più grandi; vuol dire che i vestiti diventano stretti, bisogna cambiarli... È una cosa facile! Cresciamo ogni giorno in età, nella statura.

Bisogna crescere in sapienza. Che cosa vuol dire crescere in sapienza? Io vorrei tradurre questa parola così per voi: vuol dire ESSERE CAPACI DI FARE DELLE SCELTE, essere capaci di scegliere! Vedete, ragazzi: io stesso quando giro per la strada o mi capita qualche volta, come mi è capitato ieri e l'altro ieri a Roma, di andare sulla metropolitana o sull'autobus, io guardo e vedo intorno i ragazzi, come parlano tra loro, i discorsi che fanno, li vedo magari davanti ad un'edicola, ad un cinema, davanti al televisore, e mi domando: sono capaci questi ragazzi di fare delle scelte? Sono capaci di dire dei SÌ e dei NO? Ecco che cosa vuol dire "crescere in sapienza": crescere nella capacità di fare delle scelte giuste, e quindi di dire dei sì o dei no. Non lasciarsi trascinare dal proprio capriccio, dal proprio gusto, dal cattivo umore, dalla luna, ma scegliere ciò che è buono, vero e giusto, dicendo sì; respingere ciò che è male, ciò che ci fa del male, ciò che fa del male agli altri, ciò che è contro la legge di Dio, ciò che ci rovina come uomini, dicendo chiaramente no. Ecco il crescere in sapienza: crescere nella capacità di dire sì e no: sì ai valori della vita e no a tutte quelle persone, a quelle situazioni e cose che ci mettono contro Dio e contro gli altri.

Poi dice ancora il vangelo: crescere in grazia davanti a Dio e agli uomini. Come si potrebbe tradurre questa parola: crescere in grazia davanti a Dio e agli uomini? Si potrebbe tradurre: essere ragazzi in gamba, simpatici a Dio e agli uomini; cioè ragazzi che si fanno voler bene, gente capace di attrarre simpatia, ragazzi capaci di diffondere attorno a sé simpatia e bontà.

E notate che il Vangelo dice: "Davanti a Dio e davanti agli uomini". Perché dice: davanti a Dio e davanti agli uomini? E non soltanto davanti agli uomini? Perché è importante, anche qui, saper fare delle scelte, saper dire di sì e di no agli uomini, saper dire di sì e di no guardando a ciò che Dio chiede a ciascuno di noi. Gesù, per esempio, nel passo del Vangelo che abbiamo ascoltato, ha detto di no agli uomini, perché si è fermato nel tempio perché Dio lo chiamava, gli dava questa vocazione: di fermarsi nel tempio per pregare, per adorare, per ascoltare.

Ed ecco allora l'ultima parola che vi voglio rivolgere questa sera: crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini, vuol dire ascoltare la voce di Dio che ci parla; vuol dire ascoltare quella voce che si chiama VOCAZIONE. E voi forse mi direte: ma la vocazione è di pochi! Non sono tanti quelli che sono chiamati con una vocazione speciale ad essere sacerdoti, a consacrarsi a Dio totalmente. Io vi dirò di no: la vocazione è di tutti. Ciascuno di noi ha una vocazione: sarà la vocazione di consacrarsi a Dio col sacerdozio, a consacrarsi a Dio nella vita missionaria, a consacrarsi a Dio nella vita di famiglia, a consacrarsi a Dio nella vita di professione. Ma è importante ricordare che ciascuno di noi ha una vocazione; ciascuno di voi può dire, deve dire: Dio chiama me, proprio me. A che cosa mi chiama? Che cosa vuole per la mia vita? È la risposta che Dio vi darà se voi terrete nel cuore questa domanda: Dio mi chiama, Dio chiama me, proprio me, in questo momento.

E qual è il terreno migliore nel quale nascono le vocazioni? Da sempre è stato quello dei chierichetti; da sempre, coloro che hanno imparato a dominare se stessi, a vincere se stessi, a sacrificarsi, a essere puntuali all'ora della Messa, hanno imparato a servire con fedeltà intorno all'altare. È sempre tra questi che maturano le migliori vocazioni, cioè che Dio fa sentire la sua chiamata: "ti voglio bene, voglio da te questo; sei pronto a darmelo? Sei pronto a rispondere di sì alla mia voce?". E io prego in questo momento per tutti voi, per tutte le vostre parrocchie, per tutte le vostre famiglie; e prego la Madonna così:

"Maria, Madre del Signore, Tu che hai detto sì alla voce di Dio,
Tu che hai detto il tuo sì alla voce dell'Angelo,
fa' che ciascuno di questi ragazzi qui presenti
e tutti i chierichetti della Diocesi,
nel loro generoso servizio all'altare del Signore,
sappiano dire ciascuno di sì
a ciò che Dio chiede alla loro vocazione personale.
Che la vita di ciascuno di noi sia davvero un grande sì al Signore.
Allora il nostro cuore sarà pieno di gioia".
 

"DARE DEL TU A DIO"
Convegno Diocesano Mo.Chi - Milano (8.10.1982)

In questo momento non parlerò io, ma lascerò, come è giusto, la parola a Gesù che dall'Eucaristia guarda ciascuno di noi. Prima di tutto io sento che Gesù dice a ciascuno di noi: GRAZIE! Egli dice grazie perché siete venuti qui in tanti come rappresentanti di migliaia e migliaia di altri ragazzi della Diocesi. Siete venuti per adorarlo, per pregare, per prepararvi al prossimo Congresso eucaristico, per dirgli che gli volete bene e lo volete sempre servire con gioia. Mi permetto di aggiungere anch'io il mio grazie, perché vedo in voi i rappresentanti di tutti quei ragazzi che quando vado nelle Parrocchie mi accolgono e servono all'altare.
Sono molto ammirato di voi ragazzi perché quasi sempre vi vedo pronti, preparati, diligentemente raccolti in preghiera. Quando vado nelle Parrocchie dopo la funzione, se ho tempo, saluto tutti i chierichetti e mi faccio dire i loro nomi e così a poco a poco imparo i nomi di tanti chierichetti della Diocesi. Ma più importante è il fatto che Gesù li segni sul suo libro.

Una seconda cosa Gesù vi dice dall'altare, è proprio ciò che voi stessi gli avete detto, anzi gli avete detto per la mia voce in preghiera. A un certo momento del nostro incontro ho recitato una orazione che voi avrete attentamente notato. Dice così: "Dio onnipotente ed eterno, che in questa assemblea vuoi illuminare la nostra vita con la tua parola di salvezza, guidaci con mano paterna sul nostro cammino perché alla scuola del vangelo diventiamo amici fedeli di Cristo tuo Figlio". Tra le tante cose che mi hanno colpito mentre recitavo questa preghiera ve ne dico soprattutto due.

Anzitutto NOI DIAMO DEL TU A DIO. Diciamo: "La tua Parola", "diventiamo amici del tuo Figlio". Il fatto che noi diamo del TU A DIO è una cosa molto importante. Perché, a chi diamo del tu? Noi diamo del tu ai nostri genitori, ai fratelli, ai compagni, agli amici, cioè diamo del tu a coloro che sentiamo vicino a noi. E noi diamo del tu a Dio perché lo sentiamo nostro amico, anzi abbiamo addirittura chiesto di farci diventare amici fedeli di Cristo, cioè amici che non lo abbandonano mai, amici che gli sono vicini.

Ma Gesù è amico speciale, perché mentre gli altri amici in qualche modo li andiamo a cercare, GESÙ È UN AMICO CHE PRIMA ANCORA CHE NOI LO CERCHIAMO, È LUI CHE HA CERCATO NOI. È lui che ha scelto ciascuno di voi e vi ha chiamato per nome. In altre parole è Gesù che vi ha attirato a sé. Gesù ci dice: lasciatevi attirare da me! E questa è proprio la parola d'ordine che voi avete preso per quest'anno di preparazione al Congresso eucaristico e che io ho letto sul vostro periodico "Fiaccolina". Lasciarsi attirare da Gesù vuol dire non soltanto andarlo a trovare ogni tanto nel servizio liturgico, nella visita al Santissimo Sacramento durante la giornata, ma vuol dire lasciare che tutta la nostra vita, cioè tutto ciò che abbiamo, ciò che possediamo, il nostro corpo, i nostri doni, la scuola, il tempo, il gioco, tutto sia attratto da lui, tutto sia formato da lui.

Ed io ho visto che voi avete voluto spiegare ancora maggiormente questo programma con sei verbi. Io ve li enuncio soltanto, non ve li spiego, perché vi saranno spiegati lungo tutto questo anno. E cercherò di tenerli in mente perché quando andrò nelle Parrocchie e incontrerò i chierichetti chiederò il loro nome e poi dirò: "Quali sono i sei verbi?'' e vedremo chi saprà ricordarli! E poi non soltanto chiederò che li ricordiate ma dirò: "hai messo in pratica il primo, il secondo, il terzo?...". Eccoli dunque: prepararsi, invitare, accogliere, amare, testimoniare, conoscere. Prepararsi alla Messa, invitare alla Messa, accogliere tutti coloro che vi partecipano, amare l'Eucaristia, testimoniarla con gesti concreti di carità, conoscerla, continuando lo studio dell'Eucaristia che già vi ha portato alla Prima Comunione. Queste sono le cose che Gesù vi dice.

Rispondiamo allora a lui con la nostra preghiera e il nostro impegno.
 

"IL DUOMO: LA NOSTRA CASA"
Convegno Diocesano Mo.Chi - Milano (24.10.1986)

Pensiamo: perché possiamo dire che il Duomo è la nostra casa, cosicché se un giorno la mamma non vi trovasse dovrebbe dire: "Vado a vedere se per caso si trova in Duomo o nella chiesa della Parrocchia?". Vi spiego la risposta con tre motivi.

Primo motivo: è la casa del Padre, la nostra casa, perché sentiamo che qui c'è qualcuno che ci vuole davvero bene. A casa ci sono il papà e la mamma, i fratelli, forse la nonna o lo zio, che ci vogliono molto bene, ma il loro bene proviene tutto dal bene che Gesù ci vuole, che il Padre ci vuole. Qualunque forma di bene ha la sua sorgente nel bene di Gesù, di Dio. Quando siamo in chiesa siamo nella casa di Colui che ci vuole bene da sempre, sempre e per sempre.

Secondo motivo; il Duomo è la nostra casa perché qui possiamo essere attivi, ci esprimiamo, facciamo delle cose importanti, soprattutto voi chierichetti. Nel Duomo e nelle vostre Parrocchie voi svolgete un servizio importante, siete coloro che operano. Quando vado nelle Parrocchie provo una grande gioia nel vedere come sono attivi i chierichetti, come si muovono, come sono svegli e pronti. Non stanno in chiesa, come talora fanno alcune persone, distratti e assonnati; i chierichetti sono sempre attivi. E così mi auguro che possiate esserlo ogni volta che siete chiamati per il vostro servizio, mi auguro che quando vi vedrò nelle vostre Parrocchie nessuno sia imbambolato, con la testa per aria, ma tutti sentano la gioia di servire Gesù.
Terzo motivo: il Duomo è la nostra casa e vi stiamo volentieri, come Gesù stava volentieri nel tempio, perché in questa casa noi impariamo a volerci bene gli uni con gli altri. In Duomo siamo in tanti, in tantissimi; nelle vostre chiese siete un po' di meno, ma in ogni caso impariamo che ci sono tanti che hanno buona volontà come noi, impariamo che dobbiamo aiutarci e volerci bene, che non dobbiamo avere invidia o rancore per nessuno. Impariamo a vivere da veri amici e ad amarci. Allora questa casa è veramente la casa del Padre e la nostra casa.

E non c'è forse un quarto motivo? Forse qualcuno sa già rispondere: perché, nella casa del Padre, Gesù matura la sua vocazione, risponde alla chiamata. Come sarebbe bello se nella casa del Padre, facendo cioè il servizio di chierichetto all'altare, potessero maturare tante vocazioni, tante risposte alla chiamata di Gesù.

Mi ricordo che io ho sentito, quando avevo la vostra età e facevo il chierichetto, la seguente chiamata: "Vuoi restare per sempre nella mia casa?". E ho detto: "Sì, lo voglio". E adesso sono in questa casa e mi trovo molto bene perché ho conosciuto tanti di voi, perché è la casa di noi tutti. Forse tra quelli che sono qui oggi, qualcuno avrà il dono di rispondere al Signore: "Com'è bello stare nella tua casa, Tu mi hai amato da sempre, sempre e per sempre e anch'io voglio stare sempre nella tua casa!". Ciascuno di voi ha infatti una vocazione, una chiamata, ed ogni chiamata è un servizio: però il servizio più bello è quello di poter servire sempre nella casa del Padre.

Chiediamo che sia questo il dono fatto oggi alla nostra Diocesi, fatto a tanti di noi, e chiediamo che nelle nostre Parrocchie si preghi e ci si impegni per questo dono. Si preghi perché questo dono sia gioia a tanti, a tutti coloro che rispondono di sì, a tutti i loro amici che li aiutano e a tutta la nostra Diocesi, che adesso è simbolicamente qui riunita e che voi rappresentate così bene con la vostra attenzione, con il vostro silenzio e con la vostra preghiera.
 

INTERVISTA AL CARD. CARLO MARIA MARTINI
Fiaccolina (maggio 1986)

Eminenza, che immagine aveva del chierichetto quando era ragazzo?
Io non ne avevo una immagine ben precisa, in quanto io - come si usava allora - ho cominciato il servizio liturgico a partire dalla quinta elementare. L'impegno più complicato era imparare, contrariamente ad ora, che è cosa semplicissima. A quei tempi occorreva sapere tutte le parti latine della messa, prima ancora che si studiasse la lingua a scuola; si imparava il latino a memoria e ciò richiedeva molto sforzo... Bisognava anche imparare le cerimonie, più complicate di oggi, e ciò comportava molto timore. Ricordo che nei primi tempi si serviva all'altare con molta ansietà, temendo di sbagliare i tanti movimenti nelle celebrazioni. Avendo cominciato molto presto, la liturgia del servizio per me è stata molto importante come scuola di preghiera. Grazie all'istruzione si imparava a conoscere bene il significato della Messa, e così si viveva anche spiritualmente ciò che si compiva nel servizio dell'altare. Credo che una delle origini della mia vocazione fu questo impegno di partecipare alla preghiera eucaristica da vicino, in tutte le forme. Io avevo poi la possibilità di partecipare quotidianamente alla messa nella scuola che frequentavo (infatti ero alunno esterno del collegio). Potevo quindi servire spesso in tante occasioni. Questo era molto importante come educazione alla preghiera e alla liturgia.

Quali le difficoltà incontrate?
Non penso che ci fossero particolari difficoltà una volta superate le paure iniziali. Nel nostro ambito, fare il chierichetto era stimato da tutti un servizio importante; non c'era la difficoltà di vincere un ambiente ostile. Occupava un posto veramente significativo negli impegni settimanali. Per questo io ricordo solo esperienze positive. La difficoltà maggiore poteva essere la partecipazione non pienamente cosciente che conseguentemente favoriva le chiacchiere e la distrazione: fatti che non contribuivano al raccoglimento. Ora invece vedo i chierichetti partecipare con molta attenzione alle cerimonie. Ai nostri tempi la partecipazione riusciva più difficile perché - come già accennato - la liturgia era tutta in latino e bisognava metterci un impegno maggiore per poterla seguire; anche i canti erano in latino. Chi non faceva questo sforzo rimaneva in una atmosfera di cui capiva solo gesti e suoni, ma non i significati. Oggi c'è una maggiore ricchezza di grazia nei confronti di chi vive la liturgia.

Cosa consiglierebbe ai chierichetti per vivere bene l'impegno della carità nella loro concreta situazione?
Anzitutto li inviterei a prestare molta attenzione agli altri, quindi a preoccuparsi delle situazioni difficili, della sofferenza di quelli che ci sono vicini; a stare attenti agli altri quando sono malati, quando hanno qualche problema; a venire loro incontro in modo da partire "nel farsi prossimo" proprio da coloro con cui si vive.

Quando un chierichetto termina il suo servizio in parrocchia per "anzianità" ha il problema di trovare un cammino ulteriore di crescita, un modo più adatto di servire la sua comunità. Lei quale proposta avanzerebbe per favorire la loro ricerca di impegno?
Uno dei mezzi più importanti per favorire questa ricerca di impegno è l'adesione all'ACR. Il chierichetto dovrebbe trovare lo sbocco normale del suo servizio all'altare nel servizio alla comunità diocesana mediante questa forma, come pure mediante altre forme simili. Non dovrebbe il suo proposito restare soltanto vago o chiuso dentro di sé, ma concretizzarsi in una adesione ad una associazione, ad un gruppo che lo conduca per tutta la vita nel servizio della Diocesi. Certo, l'esperienza del servizio all'altare rimane per tutta la vita e la si riscopre anche in persone che oggi magari, pur non frequentando la chiesa, quando ci incontrano, ce la ricordano. È quindi importante non lasciarla cadere; essa deve avere un seguito; io dubiterei della autenticità di una esperienza che non abbia seguito. Quindi invito a pensare con molta responsabilità a questo impegno doveroso. L'esperienza del chierichetto può quindi segnare la tappa di un cammino, e se è forma di servizio occorre che si renda concreta in un servizio permanente; non deve essere soltanto un momento folcloristico, ma una vera tappa di adesione a Gesù Cristo, alla Chiesa; anche alla Chiesa visibile, mediante un servizio comunitario.
 

L'ESULTANZA E LA BEATITUDINE DI GESU'
Pellegrinaggio Diocesano Mo.Chi - Milano (25.9.1999)

Sono molto lieto di incontrarvi qui in questo duomo, carissimi chierichetti e chierichette, carissimi educatori, responsabili, organizzatori di questo meraviglioso incontro, sono lieto di vedervi qui in tanti a pregare insieme. Questo incontro mi ricorda quello dell'anno scorso, di Monza, dove eravate anche in tantissimi, ma mi ricorda soprattutto gli incontri che ho con voi nelle visite pastorali: è là dove io vi vedo in azione ogni settimana, quando vado in giro nelle parrocchie e vi incontro; e in quellsaluto ciascuno, sento dire il vostro nome, la vostra classe e do a ciascuno di voi una piccola medaglia come ricordo dell'incontro. È in quell'occasione che io vi apprezzo per quanto fate, è in quell'occasione che posso anche vedere non soltanto chi serve bene all'altare, chi serve con gioia, come avete scritto qua come vostro motto programmatico, ma posso vedere anche chi serve pregando: questo mi impressiona molto quando vado nelle parrocchie, quando vedo che i chierichetti hanno imparato così bene i movimenti che non ne sono più tanto preoccupati, ma li compiono pregando; e quindi il Signore è contento di loro. Non sono soltanto preoccupati di non fare brutta figura, di non sbagliare, di dimenticare qualche cosa, ma avendo imparato tutto bene compiono il loro servizio con spirito di preghiera. Dunque vi chiedo di continuare davvero così e di lasciarvi educare a imparare talmente bene i movimenti da fare sull'altare da poterli fare con scioltezza e con il cuore e la mente che pregano.

Sono dunque contento di vedervi così, tutti insieme in preghiera in un pellegrinaggio a questo duomo che prepara il pellegrinaggio dell'Anno Santo, quello che ci attende tutti quanti. Siamo alla vigilia dell'Anno Santo, siamo alla vigilia dell'anno 2000: ci attende l'anno prossimo un pellegrinaggio a Roma per celebrare una Messa in rito ambrosiano nella basilica di S. Pietro. E io mi auguro di vedere là tutti voi e magari ancora di più. Dunque questo pellegrinaggio è già una preparazione al Giubileo. E viviamo questa giornata di pellegrinaggio rileggendo insieme quella pagina evangelica che è stata proclamata poco fa dal capitolo decimo del Vangelo secondo Luca. Rileggo questa pagina applicandola a voi.

Si dice anzitutto che "Gesù in quel momento esultò nello Spirito santo". Ciò vuol dire: Gesù fu contento, Gesù fece come un salto di gioia, Gesù si trovò di fronte a qualcosa che gli piaceva molto. Ecco, io penso che in questo momento avviene la stessa cosa: Gesù, presente in mezzo a noi come Signore risorto, esulta, è contento, perché vi vede in tanti, ma soprattutto perché vi vede attenti alla Parola di Dio, raccolti nella preghiera, desiderosi di incontrare davvero il Signore. Gesù dunque esulta nello Spirito santo vedendo tutti voi, come vi vedo io da questo pulpito. E Gesù dice: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai rivelato a questi ragazzi queste cose". Dunque Gesù ringrazia il Padre perché ha rivelato a voi il mistero di Gesù risorto, presente nella Messa, nella liturgia, nell'Eucari stia. A voi è stato dato il grande dono della fede che vi permette di leggere con gli occhi del cuore la presenza di Gesù risorto tutte le volte che celebrate insieme il mistero dell'Eucaristia, tutte le volte che insieme nelle Messe ascoltate la Parola di Dio. Gesù ringrazia il Padre, perché ci ha dato questo dono della fede, mediante il quale lo riconosciamo presente in mezzo a noi nelle celebrazioni liturgiche. Il senso di tutte le celebrazioni liturgiche è dato dal fatto che Gesù risorto è là presente, ci ascolta, noi lo onoriamo, lo glorifichiamo, lo invochiamo. E ogni gesto, ogni movimento che fate, ogni gesto raccolto del corpo, ogni genuflessione, ogni inchino, ogni movimento è per onorare Gesù, risorto e presente. Grazie dunque, o Padre, perché hai rivelato a questi ragazzi e a queste ragazze la tua presenza gloriosa di risorto nella liturgia eucaristica.

Gesù continua dicendo: "Sì, o Padre, perché così a te è piaciuto": Dio è contento di rivelare la presenza del Signore risorto nell'Eucaristia, nella Messa, e di rivelarla a voi. Ed è un grande dono quello che ci è fatto di poter contemplare con gli occhi della fede Gesù che è invisibile, ma realmente presente nel mistero dell'Eucaristia. E Gesù ancora aggiunge: "Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre né il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". Dunque in particolare lungo quest'anno pastorale che abbiamo dedicato al mistero di Dio Padre, Gesù ci rivela il Padre, Gesù ci insegna a dire "Padre nostro" e a invocare Dio con questo nome. Gesù ci insegna a guardare in alto e a riconoscere che c'è un Padre che ci ama e che ci attende. Gesù ci insegna a leggere quella bella icona che avete presso l'altare, nella quale si contempla il mistero della Trinità: il Padre, il Figlio, lo Spirito. Chiediamo al Signore di tenere sempre aperti gli occhi della fede, perché ci venga rivelato il Padre che è nei cieli. E allora non ci sentiremo mai soli, non ci perderemo mai d'animo, non ci scoraggeremo mai, non diventeremo nervosi o cattivi, perché sappiamo che abbiamo un Padre che ci ama, che ci perdona, che ci è vicino.

E infine dice ancora una cosa Gesù ai discepoli, che io dico anche oggi a voi: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete". A voi è dato, carissimi ragazzi e ragazze, mediante il dono della fede, di vedere con gli occhi della fede la presenza di Gesù; e di saperlo invocare, adorare, riconoscere. Tutto ciò che fate nell'Eucaristia, nella Messa, tutti i gesti che imparate a compiere sono per proclamare la presenza di Gesù risorto nell'Eucaristia. Dunque rendiamo davvero grazie a Dio, perché riempie il nostro cuore con la presenza del suo Figlio Gesù, il quale ci fa conoscere il Padre che è nei cieli. E di tutto questo ricordatevi, quando servite all'altare - e soprattutto nel momento in cui, dopo la consacrazione, vengono innalzati dal sacerdote l'ostia e il calice - che là c'è la presenza viva di Gesù. E quando poco dopo il sacerdote vi invita a dire il "Padre nostro", ricordiamoci che in quel momento ancora una volta Gesù ci rivela il Padre che è nei cieli. Dunque, quando vi incontrerò nelle prossime visite pastorali, vedrò con quale intensità voi sarete capaci di vivere il vostro servizio liturgico mostrando con tutto il vostro modo di muovervi, di stare fermi, di stare in silenzio, di stare raccolti, che sapete vedere con gli occhi della fede la presenza di Gesù risorto.

Come ricordo di questo incontro così bello, che facciamo insieme in duomo, vi verrà data una medaglietta, dove ci sono raffigurati i cinque pani e i due pesci. Voi sapete bene che cosa significano questi cinque pani e questi due pesci: sono il piccolo contributo, quasi da niente, che un ragazzo di dodici anni del tempo di Gesù poteva dare in mano a Gesù. E da questo piccolo contributo Gesù ha moltiplicato il pane per una folla immensa. "C'è qui un ragazzo - dicevano gli apostoli a Gesù - che ha soltanto cinque pani e due pesci", ma li offre volentieri. E così ciascuno di noi non ha molte cose da offrire a Dio, non ha delle grandi quantità di cibo o dei tesori, ma quando offriamo a Dio quel poco che abbiamo, il Signore lo moltiplica. E preghiamo in questo momento perché il Signore, ricevendo la nostra buona volontà, la moltiplichi anche per tutti i ragazzi e le ragazze che hanno sofferto e soffrono terribilmente nel terremoto nell'isola di Taiwan, negli altri terremoti dei mesi scorsi, nella guerra nei Balcani: quanti ragazzi e ragazze della vostra età stanno soffrendo senza casa, senza cibo, senza luce, molti senza famiglia. Quante sofferenze di ragazzi e di ragazze nel mondo! Ebbene preghiamo per loro in questa sera, a loro offriamo anche il piccolo sacrificio del caldo, dello stare qui immobili, perché essi possano trovare vita e gioia. Dunque, da voi, dalla vostra offerta, viene la gioia non solo sul volto di Gesù, ma sul volto di tanti ragazzi e ragazze di tutto il mondo.

E infine un'ultima cosa vorrei dirvi: aspetto da voi tutte le cose che vi ho detto, ma ne aspetto anche una in più, che è forse la più importante: aspetto l'apertura del vostro cuore ad ascoltare la voce di Gesù che chiama. Gesù ci chiama, Gesù ci convoca, Gesù ha una vocazione per ciascuno di voi, Gesù ha un disegno di salvezza per la vostra vita. E dunque, mentre servite all'altare, ricordatevi che non solo voi servite Gesù, ma Gesù vi chiama, Gesù vi fa sentire la sua voce; e la sua voce è esigente, ma riempie la nostra vita di gioia. Dunque chiediamo che la voce del Signore vi raggiunga e ciascuno sappia dire "sì" al progetto di Dio su di sé. Ed è allora che veramente Gesù, come ci ha detto questo Vangelo, esulta nello Spirito santo e dice al Padre: "Io ti rendo lode, o Padre, perché questi ragazzi e ragazze hanno ascoltato la Parola che io vado dicendo al loro cuore". Ascoltiamo dunque nel raccoglimento la Parola che Gesù dice dentro di noi.
 

INCONTRO CON I CHIERICHETTI AL GIANICOLO
Pellegrinaggio diocesano giubilare - Roma (4.11.2000)

Anzitutto mi congratulo con voi, perché io pensavo di trovarvi tutti un po' stanchi e affaticati, qualcuno addormentato, invece siete svegli; quindi "evviva tutti voi!". Siete svegli, benissimo!

Sì. Poi vorrei dire che stamattina siete stati davvero il momento più entusiasmante del nostro incontro col Papa. Il Papa è rimasto molto impressionato al vedervi: eravate tanti, eravate festosi, avete animato splendidamente tutta la piazza, siete stati certamente il momento più bello del nostro incontro, quindi vi voglio ringraziare di cuore. Il Papa conta molto su di voi, ed è rimasto molto impressionato e affascinato dal vostro numero, ma soprattutto dalla vostra gioia, dal vostro affetto, e quindi anche a nome del Papa vi ringrazio di cuore per l'affetto che avete dimostrato a lui, e anche per gli auguri che gli avete rivolto per la festa di S. Carlo. Evviva Carlo!

Poi voglio dirvi che mi piace incontrarvi così, che siete tanti e siete festosi, ma mi piace anche molto incontrarvi nelle vostre parrocchie, perché allora vi vedo veramente seri, silenziosi, pronti a servire, e il Signore è molto contento di voi. Quindi vi ringrazio per tutte le volte che vi ho incontrato nelle vostre parrocchie, e mi avete dato l'esempio di un servizio liturgico fedele, attento e preciso. Qualche volta qualcuno sbaglia qualche cosa, ma poi si corregge subito, e quindi nell'insieme meritate o 10 con lode, o almeno 10 punti su 10. Quindi, grazie a tutti voi!

(al termine dell'incontro di preghiera)

Prima di darvi la benedizione vi volevo dire ancora una cosa importante, che ogni tanto mi viene in mente, cioè che ci sono tre categorie di ministranti, di chierichetti e di chierichette che io incontro nelle parrocchie.

La prima categoria è quella dei ministranti disattenti e distratti, che sbagliano; ma tra voi non c'è nessuno di questi, guardo intorno e… neanche uno.

Poi c'è la seconda categoria: i ministranti attenti e diligenti, che però fanno il loro servizio con una certa paura di sbagliare, e quindi non pregano, perché sono tanto attenti a non fare sbagli, che sono un po' impediti nella preghiera.

E poi c'è la terza categoria, quella che piace a me, e io me ne accorgo quando vado nelle parrocchie: quelli che sono attenti e diligenti, ma hanno imparato così bene le cerimonie, che li vedo anche pregare, partecipare con l'intimo del cuore.

Dunque, se c'è qualcuno (nessuno!) della prima categoria (certamente non sarebbe qui); se c'è qualcuno della seconda categoria, lo invito a passare nella terza categoria, così che possa rallegrarmi di voi tutte le volte che vi incontro nelle vostre parrocchie!

(dopo la consegna al Cardinale del quaderno degli incontri vocazionali e della "biro a 4 colori")

Vi ringrazio per questi doni: scriveremo in questo quaderno i nomi di tutti i chierichetti della terza categoria, tra i quali il Signore ne chiamerà un bel numero, per seguirlo sulla via di una vocazione più profonda e più grande, per la quale aspetto molto da voi: futuri consacrati al Signore nel sacerdozio e nella vita di consacrazione. Da questo quaderno alle grandi decisioni della vita.

E ora chiedo al Signore di benedire ciascuno di voi, le vostre guide, tutti gli organizzatori, tutti coloro che vi sono vicini.